venerdì 27 gennaio 2012

in fondo al pozzo

Non riuscì a dormire e si svegliò anche prima della sveglia. Il sonno/sogno doveva essere stato travagliato, ma non ne aveva più ricordo. Espletate le funzioni mattiniere, stretching ivi incluso, uscì di casa.
Aveva indossato un cappotto di tweed grigio scuro, ma sotto aveva una camicia a righe variegate, un maglione blumarchionne, blujeans e boot classici.
Che buio! - disse uscendo di casa e gli venne in mente quando andava a scuola o corsi serali.
Tutto ebbe inizio una settimana prima, per assurdo, con la notizia positiva per antonomasia. La ricetta per la felicità, praticamente. Ma presto, come gli avevano insegnato al corso di marcheting, scoprì il rovescio di quella medaglia. Mise giù la telefonata e rimuginò a lungo, poi richiamò la ditta per avere maggiori informazioni, quindi, cercò e chiamò la sede interessata. Non avrebbe mai voluto fare quella telefonata, al termine della stessa era stato sconvolto da tutte le reazioni emozionali immaginabili e non.
Gli faceva male il braccio, il sinistro. Sintomatico.
Uscito di casa non trovò la l'auto e dovette cercarla.
Dall'appuntamento sulla felicità la sua vita cambiò. Ma lui non volle cambiare, il suo ritmo e le sue abitudini. Dopo le tre telefonate subì come un giro di vite e decise di dedicarsi alla lettura. Non per cosa, ma per impegnare il tempo, non pensare, concentrarsi su di un qualcosa che potesse distrarlo, piacevolmente. Iniziò a leggere un Murakami.
L'inizio era stato in sordina come al solito, alcuni personaggi erano di contorno per fare pagine, e nulla di più, a suo parere.
Ricordava l'ultima volta, era stato il 17 novembre, appena un paio di mesi prima, certe giornate non si scordano mai. Infatti i giorni che separavano le tre telefonate dall'evento funesto lo torturavano, più le notti che i giorni, invero. Anche la notte precedente, pre inciso, l'aveva trascorsa male, malissimo. Sentiva come se gli avessero martoriato le braccia, un qualcosa un po' come quando in palestra sovraccarichi e sembra di aver preso un sacco di botte.
Mentre camminava verso l'auto ricordava la volta precedente, la tensione, e sebrava quasi di essere così teso da camminare sospeso nell'aria. Nel buio e freddo della mattina ricordava nettamente, il contatto, la penetrazione, come uno strammo. Quella volta, la mano andò istintivamente al petto, all'altezza del cuore. Guidava e ricordava, era così teso, si stava così caricando che, se l'auto fosse stata elettrica anziché a gasolio, l'avrebbe caricata per un anno intero!
In anticipo sull'appuntamento era ancora buio, era ancora chiuso, ma c'era già gente. Un freddo pungente - non fanno più il tweed di una volta - pensò vedendo il suo alito che prendeva consistenza, colore e densità. Faceva di tutto per distrarsi, ma nulla da fare. La volta precedente era così teso che si sentiva come una corda di violino. Quella volta, la precedente, la corda si ruppè. Era convinto che questa volta non sarebbe cambiato alcunché! Era seduto, quasi sdraiato, sentì il contatto, duro, violento come non l'aveva mai sentito che quasi il fatto che il verbo fosse già volto al passato, gli sembrò sublime e inconsciamente si rilassò.
Era buio e c'era luce. Certi stati sono mere contraddizioni in termini, ovviamente. Si sentiva come in un pozzo. Come uno dei personaggi di Murakami. O forse era un tunnel con la luce al fondo. Probabilmente era un tunnel, la volta precedente, ma questa volta era sicuramente in un pozzo, condizionato dall'Haruki. Era nel tunnel/pozzo con l'arternanza di oscurità e luce già accenata e in tuello stato di sogno o di trance, a un certo punto, un po' come nei film chi si riprende da un coma e si sentono i bip-bip aumentare progressivamente, aveva aperto gli occhi senza sapere né dove si trovava né con chi. Probabilmente era solo un sogno, non poteva trovarsi in un posto di verso da casa sua, se si stava svegliando! Doveva per forza essere un sogno, come duardare il teleschermo dove tutti i camici bianchi si prodigano sul paziente, con i vari "atropina...", "libera!" e vattelappesca varie...
Perché questa volta doveva essere diverso? Anche se sembrava che questa volta non avrebbe dovuto attendere tanto e, magari avrebbe avuto decisamente più attenzioni, perché?
Avevano cercato di convincerlo e tranquillizzarlo - è una condizione mentale - gli avevano detto più volte. In verità questa volta sembrava si stessero davvero prendendo cura di lui. La signora bionda lo interrogava - lei fuma, beve alcolici? No - aveva risposto lui - sono uno sportivo... Che sport fa - chiese lei. Corsa - rispose lui. La bionda chiese successivamente dettagli sulla corsa, la frequenza di allenamento, i chilometri percorsi, il luogo, eccetera. Poi, dopo averlo salutato, ci ripensò, e invece di lasciarlo al congedo standard, disse - venga che l'accompagno - e lo portò allo step successivo.
Un signore che sembrava uno zingaro con la panza, con capelli e barba corta, scurissimi e ben curati gli parlava, per distrarlo. I suoi occhi erano altrettanto scuri e sembrava avesse la capacità espanderli, o, più semplicemente, chinandosi su di lui il rapporto pupilla iride variava per la minor esposizione alla luce. Inoltre, il bianco sembrava lasciar spazio a venuzze che si iniettavano di sangue, questo in un moto progressivo, mentre la sua voce perndeva un'impostazione ipnotica. Evidentemente. Di fatto diceva un sacco di cavolate, l'intendo era quello di catturare l'attenzione, distrarlo e farlo ridere. Evidentemente. E ci riusciva anche. Ma i discorsi sulla guerra, arti e organi genitali tagliati, sembrava un po' fuori luogo, quindi, non era tutto un ridere e faceva venire in mente la scena in cui il civile Yamamoto veniva scuoiato vivo! Zac! Più lungo ma più sottile, quella era stata la sensazione.
Attacca il ciuccio dova vuole il padrone, si usa dire per assecondare il tuo interlocutore. Quindi - poissibile?, oggi con uno sputo si scopra il segreto della vita umana e, per certe "cavolate" siamo qui ancora all'era della pietra! -, disse allo zingaro. Lui rispose anacronisticamente, tanto che gli sembrava di essere in ascensore, dove si parla di argomenti avulsi, per l'imbarazzo del silenzio. Ma lo zingaro aggiunse - un giorno forse lo faremo solo con gli occhi - e dalla mimica per un attimo penso che lo stesse facendo davvero... Mentre lo zingaro parlava da sopra, con i suoi occhi e voce ipnotici, alternando argomentazioni forsennate esileranti e crude al tempo stesso, sentiva, avvertiva il defluire dei fluidi, quel provvisiorio ponte idraulico con tanto di rubinetto. Evidentemente. Il tempo senza tempo, priva di quella scansione convenzionale, la voce impostata, le parole, e quella forzatura nella pronuncia, che dava quell'impressione da zingaro. Poi tutto finito, brevemente. In fretta ma senza fretta.
Una giornata quasi memorabile, o un giorno della memoria.

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